IL CUORE DI NAPOLI BATTE ALLO STADIO MARADONA. IL TEMPIO DEL CALCIO E LA SUA STORIA

La storia dello stadio ex San Paolo di Napoli ruota attorno all’amore per il calcio che contraddistingue da sempre la città. La struttura fu costruita nel 1959 ed era nota come “stadio del Sole”. Il nome fu poi cambiato nel ricordo di Paolo Di Tarso o San Paolo, che dir si voglia, il quale arrivò in Italia, a Bagnoli, dopo essere stato arrestato dai romani, per essere condotto in carcere a Roma.

L’impianto di Fuorigrotta ha ospitato nel tempo un numero variabile di spettatori, arrivando ad oltre 100mila presenti nelle manifestazioni più attese, mentre attualmente ne può sistemare meno di 64mila.

Durante la sua storia, lo stadio ha subito diverse ristrutturazioni: la più conosciuta venne eseguita in occasione dei Mondiali del 1990 quando fu aggiunta la copertura. Uno degli ultimi interventi fatti nel tentativo di dare un’aria molto più moderna all’impianto sportivo, risale, invece, alle Universiadi tenutesi nella nostra regione nel 2019. Il tempio del calcio partenopeo è, dunque, in continua evoluzione, se pensiamo anche ai lavori di dismissione del terzo anello.


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Anche oggi lo stadio ospita palestre e una pista di atletica ormai non più utilizzata. Si è parlato in passato della possibilità di costruire una nuova struttura dello stesso tipo ma, nonostante i segni del tempo, quello che è il simbolo del calcio e che contraddistingue anche il quartiere Fuorigrotta, è e resterà sempre un punto di riferimento per i tifosi partenopei. Ovviamente, anche per i fans di Diego Armando Maradona, scomparso nel novembre 2020, a cui poi l’ex San Paolo è stato intitolato.

Una citazione è rimasta nella storia, quella del calciatore del Manchester City Yaya Tourè che ha raccontato l’emozione di giocare una partita di Champions League, nello stadio Maradona: “La mattina andammo a fare riscaldamento al San Paolo. Tevez mi parlava di questo stadio ma io che ho giocato nel Barcellona mi dicevo: ‘che sarà mai’. Eppure quando misi piede su quel campo sentii un qualcosa di magico, di diverso. La sera quando ci fu l’inno della Champions, vedendo ottantamila persone fischiarci mi resi conto in che guaio ci eravamo messi… Qualche partita importante nella mia carriera l’ho giocata, ma quando sentii quell’urlo fu la prima volta che mi tremarono le gambe. Bene, fu lì che mi resi conto che questa non è una solo squadra per loro, questo è un amore viscerale, come quello che c’è tra una madre ed un figlio. Fu l’unica volta che dopo aver perso rimasi in campo per godermi lo spettacolo”.

 

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